sabato 29 maggio 2010

AGRICOLTURA BIOLOGICA: AUMENTANO I CONSUMI

articolo del sito: TERRANAUTA (cliccare qui per visitarlo)

L’agricoltura biologica conquista spazio sulle tavole italiane ed europee. Gli italiani che non sono disposti a rinunciare alla buona alimentazione rappresentano l'85% della popolazione, mentre, sul fronte "bio", l’Italia fattura 1,87 miliardi di euro. Insomma, sembrano esserci le basi per lo sviluppo di politiche agricole che sostengano adeguatamente i piccoli e medi produttori.

l settore dei prodotti alimentari biologici prende il largo, occupando sempre più spazio sulla tavola degli italiani e dei consumatori europei. Secondo il Rapporto Eurispes, sul fronte "bio", l’Italia fattura 1,87 miliardi di euro. Non sembrerebbe quasi più un settore di nicchia, se non fosse per il fatto che la spesa bio è ancora condizionata dalla variabile prezzo. Il prodotto bio è ancora considerato costoso rispetto al prodotto convenzionale, ma la scelta di acquisto è condizionata anche dalla ricerca di prodotti ogm free e da ragioni di salute.

Per questi motivi, sempre più consumatori escogitano il modo per non rinunciare al biologico senza alleggerire troppo il portafoglio. A parte la filiera corta, infatti, sono i gruppi di acquisto solidale (Gas) e la vendita diretta a far pulsare fortemente le vendite del biologico attraverso l’acquisto delle cassette o “cassettoni” di frutta e verdura bio e di stagione, che ogni settimana sono composte dai contadini e consegnate nei punti di smercio direttamente ai consumatori associati alla rete dei Gas.
Secondo le stime del Rapporto BioBank 2010, dal 2007 al 2009 in Italia i Gruppi d'acquisto solidale sono cresciuti del 68%, passando dai 356 del 2007 ai 598 del 2009; le aziende con vendita diretta segnano +32% (da 1.645 a 2.176); ma sono in crescita anche i ristoranti (+31%), le mese scolastiche biologiche (+23%) e gli agriturismi (+22%).
Il consumo di prodotti biologici resiste alla crisi, anche grazie ai piccoli produttori biologici che continuano ad investire nel biologico affrontando a denti stretti la crisi e dando così un’ampia diffusione a questo modello agricolo, che non solo fornisce un valore aggiunto e distintivo alle produzioni nazionali, ma tutela l’ambiente e in primis la biodiversità.
Nell’agricoltura biologica, c’è qualcosa di più: si ritrova l’essenza di un modello agricolo multifunzionale, che cioè amplia le funzioni dell’Agricoltura, affidandole ruoli sociali ed economici, e non soltanto quelli legati alla mera produzione di materie prime. Si tratta di un metodo di produzione, ambientalmente sostenibile, che produce positività nella lotta ai cambiamenti climatici e nella tutela degli agroecosistemi ogm-free, per questo dovrebbe essere sostenuto molto di più da politiche agricole innovative.
frutta verdura biologica gas
L’agricoltura biologica sta dimostrando di avere grandi potenzialità anche nel recupero e nel rilancio economico dei territori
L’agricoltura biologica, infatti, sta dimostrando di avere grandi potenzialità anche nel recupero e nel rilancio economico dei territori, delle loro culture e tradizioni. Si ampliano le filiere del biologico italiano, ad esempio con la produzione dell’avocado siciliano (varietà Hass) prodotto in provincia di Caltanissetta e che è sbarcato sui mercati europei, mentre nella zona del Cilento continua a crescere il Bio - distretto europeo. Situato all’interno dell’area del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano, occupa una superificie di circa 3.200 kmq e coinvolge ben 95 comuni, tra cui Paestum, Velia e Padula. È un luogo dove l’investimento nell’agricoltura biologica ha messo insieme produttori, consumatori, operatori turistici e gruppi di acquisto solidale, affidando all’Agricoltura un ruolo trasversale. Il Bio - distretto del Cilento mette in rete 350 aziende biologiche, ed è coordinato dall’Aiab Campania, Associazione italiana per l’agricoltura biologica, che ha concretizzato il grande lavoro svolto per anni da associazioni, amministrazioni pubbliche, operatori agricoli e turistici, dando vita a un vero e proprio laboratorio permanente di idee e iniziative ad alto profilo culturale, che punta ad uno sviluppo etico, equo e solidale del territorio cilentano, fondato sul modello biologico.
Buone pratiche come questa dimostrano che l’agricoltura può svolgere un ruolo importante nel rilancio dei territori e delle piccole economie locali e pertanto anche nella creazione di posti di lavoro qualificato per le nuove generazioni. È su questi criteri che l’attività agricola dovrebbe essere sostenuta: non solo la capacità di produzione, ma anche l’adozione di pratiche agronomiche sostenibile e orientate alla tutela della biodiversità, alla valorizzazione dei territori e delle loro culture, la lotta ai cambiamenti climatici e, non ultimo, un contributo concreto per la creazione di nuovi posti di lavoro qualificato per le giovani generazioni.

lunedì 24 maggio 2010

NOTIZIE BELLE... E NOTIZIE MENO BELLE..

Ci ha fatto tanto piacere che nel libro "IL FRUTTO RITROVATO" (edito da Altraeconomia) .. SIAMO CITATI ANCHE NOI !!! Un grazie sentito all'autrice Chiara Spadaro

(IL FRUTTO RITROVATO: Mappa della biodiversità in Italia: vademecum per scoprire e salvare semi e frutti dimenticati Sapete come si diventa “custodi di semi”? Scopritelo sfogliando questo libro in un orto biodiverso, tra una mela annurca e una cicerchia.
Una vera e propria “geografia” di semi e frutti antichi: storie di seed saver che coltivano varietà “clandestine”, orti didattici, eventi sulla biodiversità in Italia. Come scambiare semi o produrre sul proprio balcone. Perché non si può vivere senza differenze
.)

Chiara Spadaro, giornalista, collabora con il mensile Altreconomia e con il settimanale Carta. È laureanda in antropologia culturale.

Per ulteriori informazioni cliccare qui

CI HA FATTO MENO PIACERE LEGGERE INVECE QUESTA NOTIZIA:


"PESTICIDI E MALATTIE DEL SANGUE"
Possiamo con ragionevole certezza affermare che la relazione fra pesticidi/fitofarmaci e tumori umani, in particolare linfomi, mielomi e leucemie, ma anche diversi tumori solidi, è stata ormai dimostrata in modo inequivocabile per gli agricoltori o per i lavoratori esposti; la dimostrazione che l’esposizione a dosi “ambientali” sia parimenti pericolosa è certamente più ardua (anche perché è ormai difficile trovare popolazioni di controllo veramente non esposte), tuttavia è difficile pensare di poter “assolvere” queste molecole, ormai entrate nel nostro habitat, anche se assunte a dosi inferiori rispetto alle esposizioni lavorative. L’Italia detiene, in Europa, il triste primato della più alta incidenza di cancro nell’infanzia (in media 30 casi in più ogni anno per milione di bambini) e si registra nel nostro paese un incremento annuo quasi doppio rispetto alla media europea: 2% annuo vs.1.1%. Per linfomi e leucemie nell’infanzia l’incremento annuo in Italia è rispettivamente del 4.6% e dell’1.6% versus un incremento in Europa rispettivamente dello 0.9%, e dello 0.6% (19). Tutto ciò deve farci seriamente riflettere: certamente tanti altri agenti sono coinvolti, basti pensare al benzene, alle radiazioni – ionizzanti o non ionizzanti – e su tutti questi bisogna agire per una loro drastica riduzione, ma ciò non toglie che sia del tutto legittimo pretendere di sapere anche cosa c’è nel nostro piatto, nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo e soprattutto cosa arriva sul desco dei nostri bambini. Su temi tanto importanti, quali quelli che riguardano la salute, i cittadini hanno il diritto di ricevere informazioni serie, puntuali, chiare: la protezione di momenti “cruciali” della vita quali la gravidanza, l’allattamento, l’infanzia deve inoltre diventare un imperativo per tutti. L’attenzione verso queste problematiche in tanta parte del mondo scientifico è crescente ed in un recente e documentatissimo libro della grande epidemiologa americana Devra Davis (20) troviamo scritto: ”Quando scopriamo che quel che ieri era “il trionfo della chimica moderna” è invece una minaccia mortale all’ambiente mondiale, è legittimo chiedersi cosa altro non sappiamo”. Di fatto la probabilità di ricevere una diagnosi di cancro nell’arco della vita in Italia è ormai del 50% sia per i maschi che per le femmine, ovvero ad un uomo su due ed a una donna su due verrà fatta una diagnosi di cancro nel corso della vita (21). Sempre più emerge nella letteratura internazionale che i fattori comunemente ritenuti responsabili del cancro (invecchiamento, stile di vita, tabagismo, ecc) possono spiegare non più del 40% dei casi (22) ed altri fattori, in primis quelli ambientali, devono essere invocati (23, 24); d’altra parte non possiamo sperare certo di risolvere il problema del cancro con farmaci costosissimi che il più delle volte possono prolungare un po' la vita, ma che non comportano una guarigione definitiva (25). Di fronte a queste considerazioni appare sempre più urgente imboccare l’unica strada che fino ad ora non è stata percorsa nella guerra contro il cancro, ovvero la strada della Prevenzione Primaria, cioè una drastica riduzione della esposizione a tutti quegli agenti chimici e fisici già ampiamente noti per la loro tossicità e cancerogenicità. La dimostrazione di quanto sia vincente la strada della Prevenzione Primaria viene proprio, nel campo dei pesticidi, da quanto è stato fatto in Svezia dove, grazie alle ricerche di un coraggioso medico Lennart Hardell, negli anni ’70 furono messi al bando alcuni pesticidi: ora, a distanza di trenta anni, in quel paese si sta registrando una diminuzione nell’incidenza dei linfomi (26). E’ nell’interesse di tutti e soprattutto di chi verrà dopo di noi passare dalle parole ai fatti, adottare precise norme a tutela della salute pubblica e pretendere l’applicazione delle leggi già esistenti, perchè come ha detto Sandra Steinberg: ”dal diritto di conoscere e dal dovere di indagare discende l’obbligo di agire”
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mercoledì 12 maggio 2010

Il progetto “biodiversità coltivata” continua e si arricchisce di un nuovo capitolo !!!

 Dopo le tre tappe della mostra delle “sementi antiche” (a Fonzaso, Mel e Sanzan di S. Giustina) molto seguite e partecipate, il Gruppo “Coltivare Condividendo” avvia una nuova iniziativa, che da ulteriore concretezza al progetto “biodiversità coltivata”
Un qualcosa di assai lontano da conferenze semi-clandestine per addetti ai lavori, o convegni e progetti finalizzati solo a esser super finanziati (con soldi pubblici).

Da sempre, come gruppo (che vede il coinvolgimento di aziende biologiche o che hanno rinunciato alla chimica di sintesi, di componenti di GAS, associazioni, comitati, cittadini..) crediamo nell’agire concreto e diretto dal basso. Nel costruire momenti di confronto, dialogo, condivisione di conoscenze, esperienze e metodi.. finalizzati anche a far conoscere l’enorme ricchezza di biodiversità presente in questo lembo di terra adagiata ai piedi delle Dolomiti (patrimonio dell’umanità) e di stimolare la consapevolezza della sua importanza. Una biodiversità che è vitale sia legata a tecniche di coltivazione che escludono l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi (dannosi per la nostra salute e l’ambiente, basti guardare ai dati che provengono dalla Val di Non e dalla zona del prosecco)

Abbiamo pertanto deciso di affiancare all’ ORGANIZZAZIONE DELLE “MOSTRE ITINERANTE DELLE SEMENTI ANTICHE (una mostra al mese in località della provincia. Sia per mostrare le sementi raccolte, ma anche per scambiarle, raccogliere testimonianze ed esperienze) e alla CLASSIFICAZIONE DELLE SEMENTI RACCOLTE (con l’aiuto di tecnici e ricercatori verificare le notizie raccolte e redigere delle schede tecnico storiche per ogni varietà).. LA CREAZIONE DI UN MUSEO DIFFUSO E DI UNA BANCA DELLE SEMENTI ANTICHE.

Il tutto si concretizzerà con la distribuzione di sementi antiche/locali (classificate) ad aziende, piccoli produttori, auto produttori e a chiunque vorrà aderire al progetto.

Chi aderirà al progetto (in molti lo hanno già fatto!) si impegnerà a:
- usare tecniche di coltivazione biologiche o biodinamiche (rinunciando alla chimica di sintesi)
- a fotografare e fare una descrizione delle diverse fasi vegetative e delle lavorazioni.
- a conservare alcune sementi delle varietà antiche/locali in azienda, mentre altre verranno messe a disposizione della “mostra intinerante” per farle conoscere e distribuire

Nei limiti del possibile si provvederà ad accantonare quantità di sementi utili a chi vorrà coltivarle in maniera più estensiva o per fornirle a ristoratori, agriturismi o sagre per serate di degustazione ad hoc.

Un progetto a “costo zero” per la comunità, che nasce dall’ amore di molti cittadini per la propria terra e per i suoi preziosi frutti. Cittadini convinti dell’utilità di tutelare e far conoscere sapori e fragranze, ma anche paesaggio e integrità di un territorio sempre più minacciato da progetti speculativi e devastanti

Chiunque volesse aderire al progetto ci può contattare all’indirizzo mail: ariaprotetta@tiscali.it (o al n di tel 3336889954) o seguire l’evolversi dello stesso visitando questo nostro blog

martedì 4 maggio 2010

STA PER NASCERE IL CONSORZIO DI TUTELA DEL FAGIOLO "GIALET"

Dopo vent’anni di ricerca condotta da numerosi istituti ed enti di ricerca nazionali, a partire dall’istituto agrario di Feltre che proprio nel 1990 ha iniziato ad occuparsene, anche per il fagiolo gialet si sta costituendo un consorzio di tutela che fornirà preziose informazioni tecniche ai coltivatori, vigilerà sulla qualità del prodotto e si occuperà della sua promozione commerciale.
Il fagiolo gialet, noto anche come “solferino” o “fasol biso”, vanta una consolidata tradizione in tutta la Val Belluna.
Caratteristica distintiva di questa varietà è infatti la colorazione giallo-verde intensa e lucida dei semi che ha fornito lo spunto per i nomi vernacolari utilizzati dalle popolazioni locali.
In passato il prodotto era tradizionalmente destinato in gran parte al Vaticano che attraverso i mercanti padovani e bolognesi ne acquistavano grosse quantità, mentre il consumo locale era riservato ai ceti più agiati, che ne apprezzavano proprio la delicatezza.
Attualmente la coltivazione di questa varietà è praticata a livello amatoriale in piccoli appezzamenti, anche se da qualche anno sta riservando molte soddisfazioni ai produttori che hanno deciso di puntare sul gialet.
Le ricerche hanno evidenziato un interessante contenuto proteico ed un elevato indice di idratazione, che rendono questo fagiolo, oltre che particolarmente nutriente, a detta dei cuochi che lo stanno utilizzando, ideale per le creme.
Il disciplinare di produzione, in fase di ultimazione in questi giorni proprio per garantire un regolare avvio della prima semina, dato l’adattamento della pianta al territorio e al clima bellunese, impone l’uso delle tecniche biologiche, ad ulteriore garanzia di salubrità per il consumatore.

La riunione durante la quale si costituirà ufficialmente il consorzio di tutela e verranno fornite le prime indicazioni utili anche sulla reperibilità della semente, attualmente la principale preoccupazione per i tecnici che stanno seguendo il progetto, si terrà giovedì 13 maggio alle 20.30 nella sala di Villa Tomitano presso l’istituto agrario di Vellai di Feltre

LA STORIA DEL FAGIOLO GIALET
L’inizio della coltivazione del fagiolo nella provincia di Belluno risale al XVI secolo,risultando così il primario luogo di diffusione del fagiolo in Italia. Tra le antiche varietà locali ancora oggi coltivate nel bellunese, solo i fagioli di Lamon hanno una consolidata posizione di mercato, per gli altri le prospettive di mantenimento on-farm sono più incerte. Tra le tante varietà e popolazioni locali di fagiolo localmente ancora presenti meritano sicuramente i ‘gialet’, le ‘bala rosse’ i ‘bonei’ e le mame d’alpago’.
Tra questi, il fagiolo gialet, noto anche come ‘fagiolo solferino’ o ‘fasol biso’, è
particolarmente apprezzato oggi come nel passato e può vantare una consolidata
tradizione in tutta la Val Belluna, affondando le sue origine nei secoli scorsi. In
passato il prodotto era tradizionalmente destinato in gran parte al Vaticano che
attraverso grossi mercanti padovani e bolognesi ne acquistavano grosse quantità,
oppure tra i coloni era prodotto esclusivo del “padrone” o dei ceti più agiati in
genere.

COS'è IL FAGIOLO GIALET
Il Fagiolo Gialet è un’antica varietà bellunese che appartiene alla specie Phaseolus vulgaris. Caratteristica distintiva di questo ecotipo è l’intensa colorazione giallo-verde intensa e lucida dei semi che ha fornito lo spunto per i nomi vernacolari utilizzati dalle popolazioni locali. La colorazione è rimossa quasi del tutto durante le fasi di imbibizione e soprattutto di cottura. Il seme presenta un ilo bianco e convesso, pesa circa 4,5 g/seme ed è di forma sferico-subovoidale. Il baccello è dritto o leggermente arcuato con sezione a pera, contiene mediamente dai 4 ai 6 semi e a maturazione tende a sbaccellarsi spontaneamente. I fiori costituiscono una infiorescenza racemosa, ascellare e di colore bianco. Il portamento è rampicante ad accrescimento indeterminato con baccelli uniformemente distribuiti sulla pianta. E’ una varietà locale
molto ben adattata al territorio bellunese